sabato 9 ottobre 2010

In viaggio per Triora




In viaggio per Triora

Uscii al casello di Arma di Taggia e da lì, dopo pochi chilometri, presi la strada provinciale 548 che attraversava per il lungo tutta la valle Argentina. Triora era l’ultimo paese, proteso verso montagne altissime, quasi al confine con Francia e Piemonte, in un lembo di terra in cui l’anima marinara della Liguria scompare totalmente lasciando il posto a quella agricola, più bella e autentica. Posizionai la leva del cambio dalla posizione automatica al manuale tip tronic che controllavo con il solo totto di due pulsanti posizionati sul volante. Non volli esagerare considerato l’asfalto più scivoloso di un’anguilla di Comacchio, ma sentivo che la macchina aveva limiti inavvicinabili grazie a tutta la tecnologia di cui era imbottita, a cominciare dalla trazione integrale. Passai in rassegna i paesi che si affacciavano sul serpente d’asfalto che si insinuava tra boschi, massi e gole scavate dal torrente che dava il nome alla valle stessa. Guardai con ammirazione il paese di Montalto Ligure che ricordavo benissimo. Aveva l’aria di un corvo appollaiato su una roccia: aveva case medioevali alte e inespugnabili, attaccate le une alle altre e sovrastate dal nucleo centrale dove spiccava la chiesa col suo campanile. Mi rammaricai solo che a turbare quell’immagine dal sapore medioevale in cima al paese campeggiasse un mega ripetitore, probabilmente caldeggiato da qualche sventurato amministratore comunale. Il tutto naturalmente in cambio di soldi. Ma a parte quello scempio erano i fitti boschi e le montagne a incantare il visitatore che arrivava per primo in quei posti. I colori dell’autunno avevano tinteggiato di rosso i castagni secolari, i larici e gli abeti, insieme al sottobosco fitto e abitato dai cinghiali. Le foglie secche avevano creato uno spesso tappeto disteso a coprire l’asfalto, quasi a cancellare il segno che la modernità era penetrata in quella valle come in altri luoghi. Non avevo fretta di arrivare,ma preferivo godermi ogni singolo istante di quel viaggio nei ricordi quando avevo percorso quelle strade con la mia vecchia Zagato, fregandomene del paesaggio, ossessionato dalle mie indagini.
Feci una sosta a Molini di Triora, un tempo frazione del paese delle streghe e ora comune a sé stante. Era un paese vecchio, con poche case dai camini sbuffanti, radunate intorno alla strada provinciale che li faceva una serie di curve, stringendosi tra le costruzioni rurali e serpeggiando su per la montagna. A Molini c’era una farmacia, un’agenzia immobiliare, un bar, l’albergo ristorante Santo Spirito e il negozio di Angelamaria, una vera e propria attrazione per turisti e indigeni. Anche quel giorno vidi tutte le cianfrusaglie stregonesche che aveva in esposizione fuori dalla sua vetrina; era un piacere vedere quel disordine che sapeva di vecchio, ma che risultava affascinante per chi come il sottoscritto era ormai assuefatto all’ordine cinico e gelido degli ipermercati moderni gestiti dalle multimanzionali. Da Angelamaria ti addentravi fra scaffali ricurvi per il peso dei generi alimentari, di libri e libretti sulla stregoneria e sulle tradizioni della valle, di souvenir, di streghe di terracotta e di pezza, di amenicoli vari. Tutto questo era condito da un’atmosfera da vecchio bazaar di paese in cui il tempo pareva essersi fermato a quarantanni prima.
Parcheggiai fuori dal paese, nei pressi del laghetto artificiale che si trovava a un centinaio di metri dall’Albergo Santo Spirito. Il laghetto stava appena sotto la carreggiata e lo siraggiungeva con una stradina non asfaltata. In estate la zona era meta di gitanti da picnic della domenica, ora era deserta e per questo meravigliosa. Le acque scorrevano placide dal torrente passando nel lago e scendendo poi a valle. Mi sgranchii le gambe per il viaggio infischiandomene della pioggia che continuava a scendere inzuppandomi il bomber nero e annaffiandomi la crapa pelata rasata da poco. Trovai bellissimi i due ponti romanici di sassi che scavalcavano il torrente, uno in fila all’altro. Nelle acque smeraldine scorsi dei movimenti luccicanti di piccoli pesci impauriti dall’avvicinarsi della mia ombra. Pensai a quello come a un bel posto dove starsene in pace. Rimasi lì una decina di minuti ad assorbire la bellezza delle acque tranquille certo che non esistesse al mondo rumore più bello e rilassante di quello delle acque di un torrente. Chiusi gli occhi e mi lascia cullare dalla natura circostante, dal suo anelito di vita che mi cingeva sotto forma di un vento freddo che spirava dall’alta valle. Godetti di quella sferzata fredda e ritemprante. Dopo le mie meditazioni agresti e bucoliche partorite nella quiete della vallata decisi di ripartire per mettere la parola fine a quel viaggio.
Era mezzogiorno quando parcheggiai di fronte alla Colomba d’Oro, l’albergo di Triora, già scenario alla mia indagine sul pietrificatore.

brano tratto da "Le notti gotiche di Triora" di Ippolito Edmondo Ferrario, Frilli Editore.

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